Foce

Sembra che i primi insediamenti umani nel quartiere della Foce siano antichissimi, talmente antichi da affondare le radici in epoca preromana.

C’è chi sostiene come lo storico Girolamo Serra, che l’etimo Foce non derivi, come potrebbe apparire, dalla foce del fiume Bisagno ma dalla popolazione dei Focesi che per primi si insediarono sui lidi del Golfo di Genova. Ad avvalorare la tesi dei Focesi anche l’etimo Fogliensi che compare nella toponomastica: la Via dei Fogliensi (che prende il nome dalla collina di Fogliensi, dove sorge la Chiesa di San Pietro, sarebbe derivato da “Phocensis”.

Nell’ampia area di quella che un tempo era la spiaggia, oggi occupata in gran parte da Piazzale Kennedy, fu eretto il Lazzareto. Anticamente il quartiere della Foce era noto per questo edificio, le cui origini si perdono nei secoli fino all’epoca delle crociate, attorno al 1460, quando l’edificio fu completato e adibito a ricovero per i lebbrosi.

I diversi dipinti ed incisioni che lo hanno raffigurato attraverso i secoli ci hanno consegnato un’immagine di un edificio imponenete ed austero, quasi sinistro, con le sue mura spesse bucherellate da centinaia di piccole finestre, quasi fosse un mostro di pietra dai molti occhi. Visto dal mare, o da terra, nelle notti non rischiarate dall’ illuminazione senza il conforto della luna, doveva fare una certa impressione. Le antiche famiglie genovesi facevano spesso generose donazioni in danaro anche sperando in cuor loro di non dovervi mai soggiornare.

Conobbe diversi fasi di demolizione, ricostruzione e restauro. Nel 1512 fu quasi interamente ricostruito da Ettore Vernazza ed ebbe ad accogliere in diverse occasioni le vittime della peste durante le grandi epidemie del ‘600. Più spesso ospitava le eccedenze dell’Ospedale Pammatone, che fino all’ampliamento di metà ottocento, non disponeva di posti letti sufficenti per una città in continua crescita. Nell’800 il Lazzareto ospitò i viaggiatori e marinai in quarantena, frai quali, illustre ospite, Jean Jack Rousseau.

Sull’altra sponda del Bisagno, quella destra, dove oggi è la Fiera del Mare, stava l’Oratorio delle Anime Purganti, sede dell’omonima Confraternita. A fianco all’Oratorio, ai piedi delle ripide mura del seicento, esisteva una spiaggia dove venivano fatte stendere ad asciugare le tele dei tessitori di Borgo Pila. La località prese il nome di “prato della lana” talmente la loro presenza era radicata sul territorio.

L’Oratorio delle Anime Purganti, edificato nel 1602, divenne la sede favorita di leggende e storie popolari a tinte fosche, forse per la presenza del vicino cimitero e della fossa comune che a detti di alcuni, mostrava spesso un rigurgito di corpi ammassati alla bella e meglio sotto il cielo, spettacolo questo che dovette aver ispirato oltre che il comprensibile orrore dei passanti, numerose e favolose storie di fantasmi. Anche Charles Dickens durante sua visita alla Foce favoleggiò (forse un pò troppo) delle lugubri leggende che avvolgevano l’Oratorio. Il Morando, storico dell’epoca, così ci descrive lo scempio delle fosse comuni:

….”Le salme, abbandonate com’erano in immani fosse comuni non fognate da smaltatoi, appena difese da inferriate a larghe grate… lasciavano intravedere, qua e là, tutto l’orrore di una innominabile dissoluzione…più volte nell’imperversare delle mareggiate quel pestifero carnaio rimase in gran parte scoperto, ed il mare ritirandosi in appresso ne trascinava brani miserandi di membra ed ossame”.

Ma forse lo scaturire delle leggende deve di più – come afferma lo stesso Morando – “al pellegrinaggio che l’Oratorio delle Anime il 2 di Novembre ospitava dalle prime ore del mattino fino a notte fonda”.

Per il suffragio delle anime dei defunti, si diceva, “ma queste pratiche – sottolinea il Morando – nascevano più dalle contaminazioni da queste cerimonie religiose con quelle, (più pagane) inerenti al culto delle tombe”.

“Sorsero così pratiche superstiziose, come quella di recarsi colà (dalla fossa comune) prima di mezzanotte a scopo di ricavarne i numeri del lotto”.

Una presenza costante alla Foce fino alla prima metà del secolo scorso era quella dei pescatori, che formavano assieme alle loro famiglie, un piccolo borgo di modeste case, aggrappato alla collina dei Fogliensi. Più sotto sulla spiaggia, stavano i gozzi in secca e le reti. Da dentro i loro antri spalancati pendevano le nasse ed i sugheri. Le loro povere case si mescolavano alle modeste osterie ed alle bettole, dove si mesceva il “carburante”, un vino a basso costo molto noto in quel periodo.

Proprio accanto al borgo dei pescatori era la vecchia Chiesa di San Pietro, originaria del XV° secolo, completamente distrutta da una furiosa mareggiata nel 1821, e poi ricostruita sulla sommità della collina dei Fogliensi accanto al monastero (oggi Via Nizza).

Accanto al già menzionato Lazzareto nacquero i cantieri della Foce, che fino ad allora conosceva solo una piccola ma rinomata industria, quella ceramica, che riscosse al suo tempo molto successo. La materia prima era ricavata dalle marne argillose della collina del Cavalletto (carignano). I manufatti recavano il marchio “Lanterna”.

La nascita ufficiale dei Cantieri risale al febbraio del 1805, quando furono inaugurati col varo della fregata “Pomona”. L’industria dei cantieri si sviluppò e divenne florida sotto la Repubblica francese, per la quale costruiva navi per la Marina. Il 15 Agosto dello stesso anno, quando la Liguria venne annessa all’Impero francese, fu varato il “Genovese” vascello da 74 cannoni, in occasione dell’onomastico di Napoleone. Seguirono poi i “brick” “Adonis” e “Mercure” e le fregate “Danae” e il “Breslaw”, gioiello della cantieristica focense.

Esiliato Napoleone, i cantieri caddero nelle mani degli Inglesi che li saccheggiarono. Quando la città cadde sotto la sfera dei Savoia avevano già conosciuto un periodo di declino. L’Ammiraglio De Geneys notò che gli scali erano in pessime condizioni. Le casse del regno Sabaudo furono sempre un pò avare ma i cantieri riuscirono lo stesso a raggiungere un secondo periodo di splendore anche grazie all’iniziativa privata.

Un valido collaboratore dell’ammiraglio De Geneys che si propose di creare una flotta efficente fu l’ingegnere Giacomo Biga, grazie al quale l’industria dei cantieri conobbe nuovo impulso: sua creatura fu la fregata “Haute Combe”, poi ribattezzata “Giorgio de Geneys”, che ebbe come allievo-pilota Garibaldi. Nel 1837 fu varato il primo battello a vapore, L’ “Ichnusa”, nel 1863 la prima corrazzata, la “Principessa di Carignano” e la “Vedetta” prima nave militare italiana costruita in metallo. Alcune di queste navi parteciparono alla spedizione dei Mille.

Nel 1880 i cantieri furono affidati a Enrico Cravero, e si specializzarono in scafi di piccolo tonnellaggio, rimorchiatori ed una flotta di siluranti. Fu sotto la Società Odero che i cantieri si avvalsero di macchinari moderni fra cui gru elettriche. In questo periodo durante il quale si costruirono soprattutto navi mercantili, i cantieri conobbero la loro epoca d’oro, espandendosi sempre di più fino a comprendere nel 1914 un’area di 57 mila metri quadrati. Il destino dei cantieri fu quello di subire al suo zenith, una caduta improvvisa: il progetto della costruzione di C.so Marconi ne sugellò la fine.

Fino all’ottocento la Foce aveva costuito un Comune a sè. Non era cambiata molto nel corso dei molti secoli. Separata dal centro città da un fiume, il Bisagno, che era attraversato da due ponti e i cui cui argini si trovavano pressapoco all’altezza delle mura del seicento, le cosìdette “fronti basse”, la Foce, assieme a Borgo Pila, era spartiacque non solo simbolico fra il Comune di Genova e le sue delegazioni, fra la città e la campagna.

Fra C.so Buenos Aires e Via Casaregis si stendevano orti a perdita d’occhio e rade case, fiere del bestiame e trattorie fuori porta, fra le quali il famoso “Albergo Ristorante dei Cipressi” in C.so Buenos Aires, ove oggi è la sala Bingo. Gli orti, che appartenevano in parte a Borgo Pila, erano ricchissimi e provvedevano alla verdura per i maggiori mercati della città.

I famosi besagnini (bisagnini) erano originari di questa zona e presero quel nome che oggi è arrivato ad abbracciare un’intera categoria lavorativa, dalla vicinanza col fiume Bisagno.

Questo fino al 1873. In capo a pochi decenni l’antico ordine fu sconvolto da nuove geometrie: nuove case e nuove strade per la città che si allargava, che inglobava la Foce che da Comune diventava quartiere. Per primi furono costruiti i bei palazzi signorili ottocento con suggestioni Liberty, spazzando via gli orti ed i prati e cancellando il vecchio intrico di viuzze e fiumiciattoli per fare spazio a un razionale di strade che tagliava l’area in senso ortogonale: C.so Buenos Aires, C.so Torino, Via Casaregis, Via Barabino.

Fra gli anni venti e trenta del novecento la Foce subì altri importanti mutamenti: innazitutto la copertura del Bisagno, avvenuta nel 1929, con conseguente abbattimento di due ponti: Ponte Pila e Ponte Bezzecca e la creazione del Viale Brigate Bisagno che avrebbe permesso il collegamento con Brignole a Monte e con la litoranea più a valle. Si erano così gettate le fondamenta per la moderna rete viaria.

Nel 1930-31 inizia la costruzione della strada che si allaccerà poi all’odierna Corso Italia, previo sbancamento della collina di Punta Vagno, un tempo sede della batteria costiera. Oltre alle grandi opere stradali, furono eretti palazzi d’impronta razionalista, come per es. quelli di Piazzale Rossetti, costruiti su progetto del celebre architetto Daneri, che vennero a sovraimporsi agli imponenti edifici signorili del secolo precedente (es. Corso Torino e Via Casaregis).

Nel dopoguerra vennero completati i palazzi di Piazza Rossetti e costruiti (degli) altri nelle zone danneggiate dai bombardamenti.

Quello che è oggi Piazzale Kennedy era una spianata in terra battuta che prendeva il nome di Piazza Bandiera. Prima che facesse posto ai baracconi e all’Ente Fiera fu anche teatro all’aperto per la stagione lirica estiva del Carlo Felice. Le rappresentazioni furono un grande successo di pubblico: la Boheme così come il Faust riscossero successo tanto fra i borghesi quanto fra i più umili lavoratori. Nel ’35 ospitò la “Mostra dell’industria del Mare e della Spiaggia” e poi “Il Villaggio Balneare”. Da allora ne è passata di acqua sotto i ponti.

Quello che resta, degli echi del passato, sono le giostre, fisse o itineranti, in quella che per molto tempo è stata e a tutt’oggi è l’area di svago, e le mostre e le grandi esibizioni, che oggi si tengono più a Ponente, nel Palazzo dello Sport e aree limitrofe. Ma forse quel che ci rimane del nostro legame coll’antico sono i fuochi d’artificio della Festa di San Pietro, che hanno illuminato i cieli di due secoli fa e (ancora illuminano) quelli di oggi. Oggi non ci sono più i ragazzini scalzi e logori che si arrampicavano sulla collinetta rocciosa di Punta Vagno per raggiungere la spiaggia, o per meglio assistere al varo dei lumini dalle barche, nè i lampioncini cinesi che la notte illuminavano le bancarelle e le strade, ma qualcosa rimane, quando nelle strade chiuse al traffico il silenzio chiama a raccolta i vecchi suoni: un legame col mare, il suo rumore, il suo odore, i cespugli del pitosforo, un vociare senza motori, un eco di significati sparpagliati, dispersi.

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