San Vincenzo

“Chi voglia osservare, a volo d’uccello, il sestiere di San Vincenzo, deve recarsi sulle mura del Prato e da quella ringhiera, prospiciente l’ospedale Galliera, abbraccerà, collo sguardo rivolto a nord, l’intero sestiere.” (Miscosi)

Il sestiere di San Vincenzo nasce grosso modo con la costruzione delle mura del ‘600, che un tempo costituivano una linea continua che partiva dalle mura di Santa Chiara e delle Cappuccine e scendendo si incontravano con le mura del Prato, (quello che oggi è il rettilineo trasversale costituito dalle vie Brigate Liguria e Fiume, per poi risalire verso Corso Monte Grappa. La strada di San Vincenzo, un tempo il cuore dell’omonimo Sestiere, esisteva ancora prima prima dell’avvento del santo che le diede il nome. Si chiamava Via delle “Arbore”, che erano specie di alberi simili ai pioppi. I genovesi per indicare quella zona dicevano in dialetto “in Arbà” ossia “dalle Arbore”. San Vincenzo acquistò il suo nome attuale “solo” dopo il seicento, quando si costruì (o ricostruì a detta di alcuni) l’omonima chiesa. La Chiesa di San Vincenzo divenne poi Tribunale Militare ed in seguito Biblioteca Militare. Oggi, “ridotta” a palazzo, è la sede del Circolo Ufficiali. Quel tratto di Via San Vincenzo che da Via Galata porta a Piazza Verdi aveva il nome di Via di Porta Romana, fino a che non fu demolita la Porta che ne portava il nome, che si trovava all’angolo di Via Fiume con Via San Vincenzo. La Porta Romana prendeva il suo nome dall’antica via Aurelia che l’attraversava, una via Aurelia dalle dimensione ridotte (poco più di una mulattiera) ma importante perché diretta a Roma, una volta attraversato il Bisagno sull’antichissimo (per Miscosi addirittura bizantino) ponte di Sant’Agata. Il primo tratto “carrabile”, prima vera strada, fu dunque proprio via San Vincenzo. Via XX Settembre emerse più tardi, da un “nulla” di campi ed orti. Al tempo della nascita del sestiere di San Vincenzo quella zona verdeggiante era spesso teatro di duelli e di scontri fra guelfi e ghibellini. Via XX era compresa fra due porte, ora scomparse, la Porta dell’Arco e la Porta Pila, e quando assunse le prime sembianze di strada la si chiamò semplicemente “il tratto che dall’Arco conduce alla Pila” e viceversa. Unico punto di riferimento allora (il ‘600), oltre alla Via San Vincenzo, era l’antichissima Chiesa della Pace, sita nell’attuale Via Maragliano. In questa zona furono ritrovati, attraverso i secoli, diversi sepolcreti e per questa ragione si ipotizzò fosse la sede di un antica necropoli, forse addirittura pre-romana. Quando si eseguirono gli scavi per gettare le fondamenta di Via XX Settembre furono rinvenuti numerosi oggetti arcaici, perlopiù anfore funerarie.

Fuori le mura del Prato, in direzione dell’attuale Piazza della Vittoria, si stendevano degli spalti seguiti da fossati erbosi, volute di prati ondulati a perdita d’occhio. Tornando indietro, all’interno delle mura, il Sestiere proseguiva a ridosso delle mura dell’Acquasola fino all’altezza di Piazza Manin arrivando a lambire l’attuale Via Palestro fino a spingersi alla sommità di Salita San Rocchino. Al tempo il colle che ospita l’attuale Villetta Dinegro e quello di Montesano, dove si trovano oggi Via Assarotti e Salita San Bartolomeo non erano che montagnette ricoperte di boschi e vegetazione selvatica, circondati da mura, con Conventi e Chiese come soli edifici.

Ma torniamo a Via XX Settembre. Un tempo era attraversata, nel tratto all’altezza dell’Acquasola, da un colle detto di Morcento, il quale però fu spianato creando così il primo abbozzo di un lungo (quasi) rettilineo che attraverso i secoli fu livellato, “allineato” (buttando giù file di case per farlo più dritto) ed anche “riempito” per raggiungere l’altezza dell’attuale Piazza de Ferrari. Un tempo questa via era Via Giulia, ma ancora prima era la Via del Vento, perché, all’epoca più alta e stretta, fungeva da “canalone” per le correnti d’aria. Siamo arrivati all’ottocento, Via Giulia continua a cambiare, caseggiati interi vengono sacrificati per far posto ai monumentali palazzi: addirittura chiese, Porte medievali vengono rase al suolo, (la già citata Porta Pila che un tempo si trovava all’imbocco di Via XX Settembre) altre invece smembrate e “ricomposte” (L’arco incastonato nei palazzi che si vede tuttora dalla Stazione Brignole) reperti archeologici sono riesumati e poi scomparsi, altri edifici ridotti in briciole a suon di picconate, persi per sempre. Disinvoltura questa, tipica dell’Ottocento. Via Venti Settembre non fu risparmiata da critiche forse mai sopite, accusata di essere uno “scempio” e semplice “palestra” per gli architetti che la idearono e costruirono (Coppedé, Rovelli). (Giulio Ottonelli). Ne è valsa la pena? Il risultato, quale esso sia, si vede ancora oggi: indifferente ai sussulti della modernità, qualche palazzo annerito dallo smog, Via Venti Settembre, sontuosa e monumentale come era stata concepita, che ci appare nella prima carrellata di palazzi, diseguali ma magnifici, non sembra aver risentito molto del passare del tempo. Il lungo corridoio “buono” che si tuffa dritto nel cuore della città, mantiene intatto quell’impatto, quello slancio che fu concepito e che ora è eternamente concretizzato, fattosi pietra. Sembra irradiare da lì l’emozione che registriamo ogni volta a vedere la sera, in controluce, le colonne d’ombra, immobili dei palazzi, in mezzo ai quali scivolano gli autobus avvolti dalla luce che proviene dalla piazza ubriaca di luce. Ci ricordano lo sfavillio di un epoca che voleva cause grandi, effetti grandi, che credeva nel Progresso dell’umanità. Mi piace pensare alla Belle Epoque, a un epoca spensierata, con una grande fiducia nel “moderno”, nell’enorme consolazione di un buono che ancora doveva venire, dal futuro. Lasciamo parlare il Miscosi:

“Via Venti Settembre era all’epoca il paradiso dei cafè chantant, frai cuali regnava indiscusso il “Grand Italia”, c’era poi, meraviglia della tecnica, il Bar Automatico senza neppure un cameriere, il “Sette Porte”, self-service dell’abbigliamento, il cinematografo “Sempione” con un insegna che indicava un treno che usciva da una galleria, le “Macchine parlanti” (altre meraviglie della tecnica?) sul terrazzo del palazzo a fianco della Borsa, il “Luna Park Pensile” col suo cafè, il “Rio de Janeiro” Manifestazioni: oltre alla già citata rievocazione storica delle battaglie napoleoniche, la Castagnata (periodo autunnale). A Pentema (fraz. di Torriglia) viene allestito nel periodo natalizio un presepe a grandezza naturale dove vengono raffigurate scene di vita quotidiana del XIX sec.

 

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