Portoria

C’è chi pensa che il suo nome derivasse da Porta, l’antica Porta Aurea, ora scomparsa, che introduceva a Piccapietra, e c’è chi come il Miscosi che credeva che il nome Portoria derivasse dall’etimo Porto, perchè naturale prosecuzione del porto, ora interrato che era stato costruito entro il piccolo golfo del Seno di Giano, grosso modo dove è oggi la moderna Piazza Dante.

Per quanto non ci sia accordo sull’etimo tutti concordano invece che Portoria fosse stata il cuore di Genova. Un cuore che si disegnava a partire da Piccapietra avvolgendo parte di Piazza de Ferrari e di Via Roma per poi salire fino alla spianata dell’Acquasola e ridiscendere fino a Corvetto. Cuore sventrato e più volte reinventato, che ha perso la sua naturalità e il suo estro da quando Piccapietra perse la sua fisionomia popolare e monumentale per essere completamente riammodernata nel corso degli anni sessanta.

La Porta Aurea, eretta intorno all’anno mille, era l’arco trionfale e cerniera fra le odierne Via Venti Settembre e Piccapietra. Entrando dalla Porta Aurea, affiancata da due torri come quella dei Vacca, per quella che è oggi Via Venti Settembre, Portoria ci appariva come un pugno serrato che lentamente e con avarizia dischiudeva i suoi segreti (Ottonelli).

Al di là della distesa dei tetti e delle casupole degli artigiani, ai bordi meridionali della fitta boscaglia del Bosco del diavolo, doveva ergersi in bella vista, la mole dell’ Ospedale Pammatone, ora assimilato dal Palazzo di Giustizia che a tutt’oggi ne nasconde/custodisce al suo interno gli scaloni e le arcate.

Ma se ci inoltriamo assieme al Miscosi ed alle sue affascinanti elcubrazioni ancora più in là nel tempo, prima che di Piccapietra si delineasse la fisionomia, prima ancora che venisse eretta la Porta Aurea nell’anno mille, vedremo che al posto di Via Venti Settembre esisteva un colle, il colle di Morcento, che fu poi scoperto “sacro” quando all’epoca del suo sbancamento per la costruzione della rete viaria cittadina, furono trovati antichissimi manufatti di una necropoli consacrata agli dei Mani. Anche la non troppo distante Via Roma era collinosa e faceva parte della collina di Porta Aurea. Si dovette provvedere ad asportare un’enorme quantita di tufo per poterla finalmente spianare. Fu inaugurata nel 1873.

Non certo trafficata era Piazza Corvetto che anzi era scarsamente popolata. La zona, all’imbocco del già menzionato Bosco del Diavolo, era scarsamente frequentata e circolavano delle voci sulla sua dubbia fama. L’unica presenza era quella di alcune fabbriche di vetro ed arazzi e tessuti.

La Boscaglia limitrofa ospitò leggende di fantasmi e presenze diaboliche che si tramandarono nei secoli. In realtà il bosco del diavolo di diabolico aveva ben poco. Era contraddistinto sì di un intrico di rami e di fogliame talmenti fitti che a malapena lasciavano intravedere la luce del giorno. In quell’attorcigliamento di rami, edere ed arbusti era facile smarrire la strada e si faceva fatica a riguadagnare l’uscita.

C’è chi giurava di aver udito lamenti spettrali e qualcun altro aveva scorto in quel buio bianchi lenzuoli danzanti ed orribili facce con occhi di fuoco. La realtà era più prosaica. La zona era frequentata da contrabbandieri, che per non essere disturbati nei loro traffici avevano ideato della specie di spaventapasseri, bastoni su cui traffiggevano delle zucche raschiate dal di dentro ed illuminate da candele. Una specie di Halloween ane litteram per intenderci.

UNA LEGGENDA “CONTEMPORANEA”

Più in sù, alla spianata dell’Acquasola esisteva un campo adibito al Pallamaglio, e cioè quello che in antichità veniva chiamato il gioco del pallone. Nel 1785 era presente durante una partita Ferdinando IV re di Napoli che scelse un giocatore Onegliese, Giacomo Agnese allora umile calzolaio, portandolo con sè alla corte. Nel giro di breve tempo inaugurò la sua carriera da”professionista”.

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