Molo


   

….”dalla città in discesa, quella cioè che superata la collina di De Ferrari si piega e sprofonda verso il mare. Allora, da là si allarga la ragnatela dei caruggi che sanno di pece e di farinata, che combattono l’odore della muffa con quello del refrescume. E’ la città soturnia, luvega, con angolature improvvise. Dalla parte verso la marina, scendendo da Piazza Matteotti, …. si entra nella vera Genova, quella del ventre sotterraneo, dal sospiro come se avesse il mare nei polmoni…”

Così Giulio Ottonelli ricordava la zona che dal Molo si sviluppa in discesa, camminando verso la marina, tuttavia ne esiste un’ altra, che coincide e si sovrappone con la prima, e che si è sviluppato in salita, avviluppando di stradine e case il colle di Sant’Andrea fino a giungere ai piani, cioè a Sarzano attraverso il largo sfiato di stradone Sant’Agostino. Sarebbe troppo lungo e complicato tentare di dipanare tutte le storie e gli avvenimenti che si sono addensate attraverso i secoli, sotto le ombre perpetue delle case a picco, nelle piazzette, lungo i fianchi o dentro le mura, oppure dai moli e dagli approdi. Basta dire che il quartiere del Molo che prende il nome dall’omonimo approdo, è molto antico, anche se lo precede quello ancora più antico di Ponticello (che si trovava all’altezza della attuale Piazza Dante e dei Giardini di Plastica) andato perduto dalle colmate e negli sbancamenti che si sono succeduti attraverso i secoli. Le prime testimonianze scritte ci riportano al 1133, quando si definisce il quartiere del molo come “l’antica contrada moduli”. Durante i secoli successivi fervettero i lavori d’ampliamento e restauro del Molo, per i quali venivano richieste tasse ed oboli a chi sbarcava. Furono aperte addiritture due cave la prima a Carignano e la seconda ad Albaro per reperire materiali per la costruzione. Nel 1502 il molo fu in gran parte ultimato (anche se i lavori continueranno, tra alti e bassi, ancora per alcuni secoli) e in quell’anno ospitò il corteo di Luigi XIII di Francia che percorse il molo a piedi. Curioso il commento dell’accompagnatore del re, il quale ci restituisce l’immagine di un porto multietnico, con marinai greci, catalani, turchi, tunisini ma anche inglesi, olandesi e bretoni intenti a passatempi e giochi nei momenti di riposo dal lavoro. Il “vero” porto dunque, almeno per tutto l’ottocento e prima parte del novecento, fu il Molo vecchio, fra la Porta Siberia (la “Marinetta”) ed il Mandraccio, ora interrato, (per cui il mare giungeva fino a Piazza Cavour) fino a Ponte Reale o (Ponte Embriaco). Poi, verso il 1850, giunse la Ferrovia, la prima, la Torino-Genova, che si spingeva fino a Caricamento a scaricare carri merci da cinque e sei tonnellate. Venne dunque l’epoca dei grandi armatori: primo il Rubattino, che fece costruire i primi transatlantici in rotta per il Sud America, poi i Peirano & Danovaro, che misero in comunicazione con Calcutta e l’India dopo l’apertura del Canale di Suez. Il Vecchio Molo venne come oscurato da questa “esplosione” , da questo andirivieni instancabile di uomini e merci e vagoni ferroviari colmi di carbone ed altre materie prime, dai transatlantici e dalle navi che lo sfioravano per attraccare più in là, verso il Molo Nuovo. Ma forse in questa sua eclissi, in questo cono d’ombra si è conservato, quasi intatto. Nonostante la sopraelevata incombente, la casa di Vipsanio Agrippa console di Genova, ancora resiste in Piazza Cavour, fattasi quasi macigno, fuso con la propaggine del colle di Sant’Andrea. Oggi il Molo vecchio non è più un molo, ma piuttosto una penisola o un enorme nave ancorata alla terraferma sulla quale l’antico borgo del Molo, il Mandraccio, Porta Siberia ed i Magazzini Generali, galleggiano sul mare. Più a monte, arrampicandosi sull’antico colle di Sant’Andrea che oggi noi percepiamo solo come una salita lastricata, ritroviamo l’antico intrico strade che ancora portano i segni ed i contrassegni, più o meno decifrabili, del loro passato: “Canneto” allude forse una piccola zona paludosa di stagni e di canne che digradava verso il mare. La Via delle Grazie, potrebbe alludere al Tempio delle Tre Grazie, divinità sacre al commercio, lo stesso nome di Sarzano deriva forse da Giano, l’antico dio della città, il cui tempio troneggiava forse sulla sommità del Colle di Sant’Andrea, a piazza Sarzano, mentre il nome di Raibetta potrebbe derivare da Reba che in lingua saracena significa “depositi di biade”, e il Mandraccio, “mar di braccio” o braccio di mare riparato, ricovero per le imbarcazioni. Dubbi molti, certezza nessuna, forse qualche suggestivo frammento di storia sussurato attraverso i nomi. La zona del molo, per chi lo sa vedere, è uno scrigno di monumenti: basti citare la Chiesa ed il Covento di Santa Maria di castello, la Torre ed il palazzo degli Embriaci, o l’antichissima chiesa di San Donato. Altre “gemme” che spuntano ad ogni angolo, sulle piazzette, dalle logge, sulle facciate dei palazzi medievali e cinquecenteschi. Se si percorrono le vie di Giustiniani, San Bernardo , Chiabrera, ma anche di Canneto, Pollaioli, Indoratori si potranno ammirare gli antichi palazzi delle famiglie genovesi, con altrettanti tesori custoditi all’interno. Ma forse l’unica maniera di percorrerli è con l’occhio ingenuo, un po’ a tentoni, stupendosi dello scenario che appare, inaspettato, dopo ogni giravolta. L’occhio non prevenuto, aperto ancora alla meraviglia e quello del poeta spesso e volentieri coincidono: lasciamo però parlare quest’ultimo:

“Le case di questa nostra città sono un po’ come un bosco, una specie di foresta intricata di palazzi in cui i muri sono alberi, e le strade, i caruggi, sono i sentieri che spingono al cuore di una boscaglia, a quel centro in cui, filtrati dalle foglie più alte arrivano sonori raggi di luce” (Giuseppe Marcenaro Studioso, critico letterario e…poeta)

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